Nei restart party mi è capitato spesso di toccare con mano una cosa: il lavoro sporco, quello che nessuno vede, te lo fanno sempre quelli che credono davvero.
Sono i nostri volontari, i partner che hanno abbracciato l’Ennecalogo senza aspettare applausi, e i soci che mettono ore e competenze per tenere in piedi una cosa in cui credono. Riparare un pc per regalarlo a una famiglia che non può comprarsene uno. Insegnare a un ragazzo come funziona davvero Linux, senza il gergo da fenomeni che scade a farsi capire come padroni. Stare dietro ai numeri, alle mail, alle burocrazie—perché sì, persino nel volontariato esiste—per permettere agli altri di fare il bello.
So che per molti questa è la fatica invisibile. Non finisce nei post epici, non riempie di like, non diventa “case study” per i curriculum. Ma è qui che succede il vero cambiamento.
L’altro giorno uno dei nostri soci ha riparato hardware obsoleto, formattato sistemi, insegnato—tutto per il costo di un caffè. Niente di speciale per lui, per lui era solo da fare. Ma per la persona che l’ha ricevuto era togliersi dalla strada del digital divide. Non è una piccola cosa.
Mi domando perché diamo per scontato che i volontari non debbano ricevere lo stesso riconoscimento dei professionisti pagati. Come se la meritocrazia fosse una moneta che vale solo quando sul conto arrivano soldi.
Credo che chi dona il tempo—e il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo—meriti di essere visto. Non per narcisismo. Per coerenza. Se crediamo davvero che le persone hanno valore, allora riconosciamo il valore di chi sceglie di investire il proprio in qualcosa di più grande di sé.
Nei prossimi mesi lavoreremo a un sistema di riconoscimento che non sia solo una pagina web, ma una vera valorizzazione dei meriti di chi cammina con noi. Partner, soci onorari, soci tout court—chiunque abbia messo qualcosa di sé in questo progetto avrà lo spazio che merita.
Perché la meritocrazia non è una parola da usare quando conviene. È una pratica.
Grazie a chi già lo sa.