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Associazione Culturale Soluzioni InformEtiche

Il ministero della transizione (t)ec(n)ologica


Voglio specificare che questo articolo è stato scritto di mio pugno ed è stato approvato dagli InformEtici prima di essere stato postato qui.

Sono il presidente/fondatore di questa associazione che si occupa di economia circolare legata in primis alla tecnologia sostenibile che cerca un connubio con l’ambiente. Sono tra i fondatori del movimento dei Restarters Torino, nato tra i primi grazie al restart project fondato da Ugo Vallauri a Londra. Sono stato imprenditore nel mondo dell’hardware rigenerato ed oggi sono anche formatore di informatica e fondatore degli Artigianelli Digitali e mi sento toccato molto dalla nascita di questo ministero.

Premetto che esistono già il ministero dell’ambiente e quello dello sviluppo economico che già dovrebbero occuparsi di queste cose ed io ho a che fare con la politica come uno struzzo con il tennis ma mi sento forte sui “processi” che secondo me sono fondamentali in questi tipi di “transizioni”.

Quali sono i rischi già visti in passato di un “evento” del genere ?

Sicuramente una delle strade che ho visto come “fallimentari” è quella dell’incentivo “mirato ed esclusivo”. Faccio subito un esempio per fugare i dubbi, supponiamo che si decida di incentivare il passaggio alle rinnovabili (cosa per altro già fatta). Io cittadino ricevo x per mettere il fotovoltaico o pago in x tempo o risparmio sulle tasse o qualsivoglia agevolazione. Bene sono passato alla rinnovabile, risultato uno in meno sulla “rete tradizionale” quindi una buona cosa no ? 

Ni.

Stessa risposta se parliamo di incentivi per le riduzioni delle emissioni di gas serra, l’acquisto di auto elettriche o qualunque altra cosa “buona”, fatta senza tener conto di tutto il processo.

Vado subito a spiegarvi perchè il “Ni” e lo faccio con un esempio molto semplice ma immediato. Parliamo di un pannello fotovoltaico, di per se sappiamo a cosa serve, ma se pensiamo a come viene prodotto dobbiamo tornare indietro alle materie prime, ossia a cosa serve per produrlo. Se l’azienda che lo produce a sua volta non usa materie prime di recupero o non usa le rinnovabili per “fabbricarlo” e non pensa al riutilizzo nello smaltimento sicuramente non stiamo comprando un prodotto “buono” a tutti gli effetti, questo a prescindere dalla sua qualità, per cui stiamo trascurando una parte importante del processo.

Un passaggio alle rinnovabili dovrebbe tener conto di tutto questo, così come grazie alla campagna per il diritto alla riparazione presto un etichetta (a partire dalla Francia) ci aiuterà a capire un po’ di più di quello che stiamo comprando, ma, si c’è un ma, dobbiamo volerne capire di più ed in questo abbiamo bisogno di aiuto. Già il pensare alle materie prime è qualcosa che abitualmente non facciamo quando compriamo questo o quel prodotto …

Esistono realtà come la mia, gruppi di restarters e repair cafè in tutta Italia che da parecchio tempo vanno esattamente in questa direzione e potrebbero essere d’aiuto in condizioni come queste affiancando ed accompagnando i processi, e chi si prodiga per questi temi ha come abitudine la ricerca delle soluzioni dei problemi (e non la ricerca dei problemi nelle soluzioni).

Abbiamo una visione efficace su tutto questo che può essere “riassunta” in questa immagine

Disegno di Rod Hunt (Fonte: therestartproject.org)

Certo “è ambiziosa” e/o “rivoluzionaria” ma è una strada percorribile con consapevolezza se abbiamo delle linee guida per i processi, qualcuno ci tiene la mano e soprattutto “voglia” di farlo .

 

My two cents

Antonio Alessio Di Pinto

[to be continued …]

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